martedì 3 febbraio 2009

Writing e altri tumori creativi


Per secoli hanno accatastato arte nei musei. Quadri, statue, istallazioni, disegni, resti e ogni cosa possibile. Tutto ammassato,e allo stesso tempo tutto sistemato. Ogni cosa con una bella stanzetta apposita. Ci hanno messo un metal detector all’ingresso, e giù lì a stampare biglietti e ad incassare banconote.
Hanno recintato col filo spinato palazzi, acropoli, chiese, colonne, templi. Costruito confini, muri di cinta, fossati. Ci hanno messo all’entrata un cartellone indicativo con titolo, secolo e significato.
E hanno lasciato lì il tutto a macerare.
Hanno etichettato, registrato, tabulato. Una targhetta su ogni cosa, questo era il loro motto.
Hanno depredato le strade, saccheggiato le città, storicizzato la storia, perso tempo a simboleggiare nazioni.
Per secoli hanno accatastato e relegato l’arte in queste enclavi artificiali, in questi paurosi Palazzi dell’Arte, che qualcuno ancora chiama musei. Ci hanno costruito intorno una serie di dogane per non permettere l’accesso ai veri destinatari. Si sono giocati contestualità e significato in cambio della sacra fruibilità.
Ne hanno ricavato immensi turgori pullulanti ma sono riusciti a contenere il fenomeno tramite l’asportazione endovena di tonnellate di funzionalità. Una sorta di liposuzione istituzionale.
Fino a che, un bel giorno, si ritrovarono da soli con questo ammasso artistico rinsecchito e innaffiato da fiumi di colla di coniglio e saliva sintetica. Avevano fatto un deserto sul quale un manipolo di turisti invigliacchiti pascolava e lo chiamavano arte.
La minaccia creativa era alle porte. E, soprattutto, era inevitabile.
L’ammasso cominciò a decomporsi inevitabilmente. Fu una biodegradazione lenta che andò a contaminare le falde acquifere.
Ne sortì un liquido nocivo, un veleno che risalì le fogne, i tombini, i rubinetti, si disperse per le città. Infettò le strade. E iniziò a dare nuova vita, nuova linfa.
L’arte ramificò e come edera si attaccò ai muri, ai vagoni dei treni, ai sottopassaggi, alle pensiline. Ritornò nelle città, davanti agli occhi delle persone.
Non più per i turisti, ma per i pendolari.
Nacque l’esercito dei writer. Soldati che vestivano scuro per confondersi con il buio. I capi sovversivi pattuirono col Diavolo un tacito proselitismo. E la rivolta dilagò. Murales in ogni dove, prolificarono come cellule tumorali.
Una comunità massonica che non si vedeva ma che si percepiva tramite i segni che lasciava per le metropoli. I muri non è che iniziarono a parlare. I muri divennero il palcoscenico dell’arte internazionale. L’arte metaurbana, saettatrice funzionale di messaggi.
Fu la pandemia.
Se c’è stato un imperativo nel writing, quello è stato “spingere”, il concetto principe. La risposta alla velocità della modernità. I pezzi vengono cancellati ogni giorno, i pezzi si rifanno ogni giorno. I murales non si restaurano, se col tempo si rovinano si rifanno. E’ il concetto di freschezza, di novità, di continua evoluzione.
Non ci sono regole ma un codice implicito. Un codice ad esclusione.
Questa sembra ed è una storia di antiche modernità. Ma anche se non molti se ne sono accorti, è quello che scriveranno sui libri di scuola fra qualche anno. Quando inseriranno un paio di voci in enciclopedia. E quando, purtroppo, dovranno stampare nuove targhette.

Sacha Biazzo

1 commento:

  1. brillante, sono totalmente d'accordo, complimenti all'autore...

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